domenica, 10 gennaio 2010, ore 14:43

Non sono morto. Ho paura per l'esame (chiamatemi scemo ma è così).  Qualcuno mi ricordi nelle sue preghiere (non per quello che dovrei sapere ma non so, ma almeno che non dica stupidaggini e stia calmo).
babicio
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categoria : tre frasi come una preghiera





mercoledì, 25 novembre 2009, ore 17:42

zac! Ho tagliato il filo di lana, e mi sono fatto male. Adesso si vive senza quei se e senza quei ma, ma faccio ancora un po' di fatica a respirare con tranquillità. Il tempo sarà buon balsamo, e Tu, Padre, non mi lasciare.
babicio
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categoria : tre frasi come una preghiera





sabato, 07 novembre 2009, ore 09:42

Un po’ stantio questo attimo di storia che abito. Ma non per colpa sua. Sento che non riesco ad aprire le finestre per far entrare nuova luce e nuova aria. Non una bava di vento ad accarezzare il mio visto indurito dal tedio di esistere ancora. Probabilmente le mie parole suonano strane. Soprattutto sentendo i famosi “pistolotti” che mi capita di rivolgere ai giovani che incontro. Non so come andare dove so dove andare. È questo il problema. Rivolgere ad altri l’invito a partire è rivolgerlo a me. Ma purtroppo proprio io non trovo il coraggio di alzarmi e fare quel passo che mi manca perché le cose siano diverse e finalmente una lama di luce entri a fendere il buio della mia stanza. Il momento è un po’ incasinato: studio e preghiera dovrebbero essere gli unici due ambiti in cui eccellere, e purtroppo mi accorgo che il tempo passa e io non combino nulla. Mi rincuora un poco che mentre i professori parlano io capisca ciò che dicono. È un passo avanti. A gennaio finirà la scuola. Ma finirà col botto. Un esamone che svelerà le cose che so. Cioè un film muto. Un ragazzo rosso in viso, balbuziente per l’agitazione, che si strofina le mani cercando di trovare sotto la pelle un imput. Un gruppetto di preti alcuni dei quali innamorati del loro servizio alla Chiesa, ma anche accoglienti e disponibili, per mia fortuna. Altri preti concentrati sulla Verità e presi dai ricami che la mente brillante è portata a farvi, non paghi di alcuna frase che il bimbo seduto lì esprima con gemiti. Il quadro è tetro, vero? Sì, mi fa sorridere, ed è cosa rara di questi tempi, il pensiero della figuraccia che farò. Ma è un sorriso di isteria. Ovviamente.

Il resto mi prende, perché è ciò che voglio fare da grande. Incontrare persone, infondere entusiasmo per costruire le comunità, aiutare i giovani a fidarsi di sé e del Buon Dio. Allora ogni tanto mi costringo a stare seduto con in mano un pugno di domande, e a studiare. Ma il cuore si scalda un poco, se una mail o una telefonata mi affidano un lavoro per la parrocchia. Relego alla notte la programmazione pastorale, mentre il giorno lo passo a rileggere le dispense, guardare gli appunti dei corsi, cimentarmi con qualche teologo di eccezione. Scusate se non ne posso più. Sono stanco morto di concentrarmi a tutto campo. Dal Diritto all’Antropologia (che non sono poi così lontani). Dalla Bibbia alla Morale (sì, questi vanno un po’ per fatti loro). Dalla Teologia fondamentale alla Trinità (se cade una l’altra non tarda a seguirla). Boh? Se mi fermassero per strada e mi chiedessero in un minuto cosa sto studiando... beh, non lo saprei. Ecco come sto.

E in più c’è da trovare la forma del mio ministero. Bel casino pure quello. A volte sono certo che tutta la mia vita sarà vissuta nella veste talare. Altre volte mi vedo a fare la guida turistica a Copenhagen. A volte partirei col primo aereo per fare il missionario. Altre volte penso ai canti per il mio matrimonio. E a complicare il tutto c’è una relazione di amicizia che mi fa soffrire. Ho colpe enormi nei confronti di questa persona, a cui umanamente ho tolto troppo. E che, giustamente, mi odia. Ma come recuperare, se non tentando con l’affetto e la pazienza di coprire i miei molti sbagli? Non so proprio cosa fare, cosa dire, come andare avanti. Ma non è l’unica relazione strana che ho. C’è un’altra amicizia che è appesa a un filo di lana. Ma per ora le cose non sono del tutto in mano mie, ma sue. Aspetto. Forse è per questo, però, che non sto bene. Non mi ha mai spaventato molto il lavoro o lo studio. Ma non sopporto le situazioni irrisolte con gli amici. La mia vita è per gli amici. Senza di loro non avrei molto. Sentire che si lacerano così le relazioni della vita mi fa ammattire e mi sembra vuoto anche il resto. Chissà cosa succederà. Chissà cosa dirò quando verrà il giorno in cui sarà chiaro che l’unica domanda che mi rivolgeranno sarà: cosa vuoi tu?

babicio
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categoria : come mi sento





giovedì, 22 ottobre 2009, ore 21:32

Mamma mia che gelo artico che è uscito a Cuneo in questi giorni! Mi sembrava un po' presto per il giaccone, per cui ho fatto ancora lo sportivo per le vie della città... risultato: un bel raffreddore in arrivo... Ma stasera mi sono consolato con due rottami di marroni glassati...  Mamma mia come amo le castagne!

Indubbiamente stasera mi sento felice. Perchè? Cosa sarà mai successo? Ho deciso di affrontare le cose con serenità, una per volta, con le forze che ho. Se continuo a credere di essere l'unico della terra a soffrire per le pene d'amore o l'unico in balia delle controversie affettive-relazionali... beh, penso proprio di non cavare nessun ragno da nessun buco.

Ho pregato molto in questi giorni. Ho affrontato alcuni nodi della mia vita come raramente mi è capitato. Non sono pervenuto a nessuna decisione, per ora. E beh? Coltivo la fiducia che il Signore è fedele alla sua Parola e non lascerà senza premio le mie fatiche. Ciò che mi abbatte sarà la mia forza quando mi rialzerò confidando finalmente nella forza Sua.

Il Vangelo di domenica prossima è di una bellezza straordinaria. Una scena così intensa e una rappresentazione così aderente alla mia vita che mi commuovo a rileggerlo. Un uomo, cieco. Non cieco dalla nascita. Per cui un uomo che aveva gustato lo splendore della luce, dei colori, dei volti radiosi delle persone amate. Un uomo che aveva nostalgia della vista. Rimpianto delle forme, dei paesaggi della sua terra, dei visi dei suoi cari.

Egli sedeva lungo la strada a mendicare. E' condizione di molti, di me. Seduto ai margini della mia vita vi vedo passare le persone più coraggiose. E mi lascio vivere dalle vicende quotidiane con poco entusiasmo. Mendico qualche bella esperienza. Raccatto qualche successo che plachi in qualche modo il vuoto che, come il Nulla di Ende, piano piano rosicchia gli angoli incantati della mia esistenza.

Poi passa Lui. Il cieco lo sente arrivare. E' cosa incredibile e straordinaria, il corpo umano: quando una delle nostre capacità viene meno, le altre si acutizzano. E chi non ci vede ci sente meglio. Sono giunto alla convinzione che, se mi capiterà d'essere ordinato, non penso sarò un buon prete tuttologo e tuttofare. Desidero lasciare la polipotenza ad altri più capaci di me. Ma sento altresì che ci sono parti di me che sono autentici tesori. Capacità di analisi schietta e profonda. Intuito e curiosità. Profondità e inguaribile fiducia nell'uomo creato a immagine di Dio. Tutto ciò fa di me un capace ascoltatore e magari pure un consigliere discreto. Beh. se questo è il dono che Dio mi ha dato... Ma torniamo al nostro cieco. Egli sente arrivare Gesù di lontano. Come una voce conosciuta in mezzo a mille voci ci fa sobbalzare il cuore, così mi immagino quel poveretto che sussulta.  La folla è vociante e disordinata. Ma lui deve dar voce al suo battito cardiaco.

E grida. Quante volte ci troviamo nella condizione di gridare. Vano sarebbe semplicemente parlare. Le parole dette entrano, escono dal cuore della gente con disinvoltura. Le parole gridate penetrano nel petto e ottengono. Certo, viviamo in tempi molto urlati. Media, politici, genitori ed educatori non fanno altro. Ma le grida di sofferenza di un povero non sono inascoltate da Cristo. Che difatti, nonostante le folle scartino quell'uomo, si ferma e lo chiama.

E a quella chiamata il poveretto non resiste. Getta il suo mantello. Probabilmente era tutto ciò che aveva. Ma trovato il tesoro tutto il resto va venduto e investito nuovamente su quel tesoro. Nudo e crudo. Con la sua storia e i suoi occhi malati. Con le sue piaghe, e le vergogne tormentose che ogni uomo si porta appresso. Eppure balza in piedi. La chiamata di Gesù restituisce dignità a tutti gli sventurati. Ricorda ai miseri qual è la loro vera condizione: esser figli. Figli amati. Figli dignitosi. A casa il posto, la veste, l'anello ed il vitello grasso sono già pronti per chi ritorna. Non c'è bisogno di continuare a lacerarsi. La vita è già stata così crudele. E se i nemici non erano all'esterno, beh... erano dentro. Ma quel "chiamatelo" ha una potenza inaudita. E' parente del gesto sublime e originario della creazione. E' eco di quel soffio che diede a un po' di fango la capacità di ergersi di fronte a Dio chiamandolo Padre.

Ma occorre ancora un passo. La riconoscenza. Prima di sè. Qual è la cosa vera, più importante di cui ho bisogno? Cosa voglio da Colui che può ogni cosa? E poi la riconoscenza che chi mi sta davanti è capace davvero di salvarmi. Fedele è Dio. Egli compie le sue promesse. E allora come posso non domandare con il cuore traboccante di speranza e di gioia?

Maestro... che io veda! Che io possa tornare a guardare alle cose senza essere accecato dal rancore che porto dentro di fronte al male che ho compiuto. Che io possa accorgermi dei prodigi che la tua mano compie nella mia vita e non solo agli scempi che ho compiuti. Che io possa vedere tutte le cose meravigliose che in te io ho compiuto. Tu che sei la mia forza, la mia capacità di corrispondere al dono della vita molto buona che hai messo tra le mie mani.

E Gesù a fondare ogni guarigione sulla fiducia incrollabile in Lui. Sulla sua Parola. La fede è il balsamo giusto sulle ferite. La fede che questa vita, imparata dal Maestro è una via di felicità e grazia che non può arrendersi. Cadere, per forza, siamo uomini. Ma dignitosa e meravigliosa di fronte a Lui. E allora Bartimeo si mette a seguire Gesù lungo la strada. In piedi. Con lo sguardo rinnovato rivolto alle cose intorno. Abbagliato per qualche tempo dallo stupore. Affascinato dalle piccole cose che non poteva più vedere. Sgomento di fronte al dono di Dio. Ammutolito. Ma non per menomazione fisica. Ammutolito per la gioia.

Erano partiti nel pianto,
io li riporterò tra le consolazioni;
li ricondurrò a fiumi ricchi d'acqua
per una strada dritta in cui non inciamperanno,
perché io sono un padre per Israele

Pace e Bene

babicio
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categoria : una sera quasi qualunque





mercoledì, 14 ottobre 2009, ore 21:40

Certe volte mi capita di fermarmi un minuto a chiedermi dove stia andando. Mi vengono le vertigini a pensarci. Ogni passo che ho fatto è stato un dono. Un meraviglioso dono di Dio a me, che non mi merito molto, ma che mi fa così bene. Il mio cuore s’allarga al pensiero che anche con le mie fragilità più scottanti il Signore mi ama, e mi ama molto. Quest’estate non ho scritto molto, anzi, praticamente non ho scritto proprio. È stata un’estate strana, lunga, intensa, sofferta. La ricordo come nello sfogliare un album di molti anni fa, con nostalgia per qualcosa perduto per sempre. I maggiociondoli splendenti nell’abbagliante pomeriggio di inizio estate. Le mie lacrime di angoscia nel cuore della fredda notte stellata a S. Anna. Le mie gocce di sudore che bagnano una pietra su un sentiero. L’abbraccio stretto di un ragazzo difficile da gestire, ma con uno sguardo assolutamente straordinario. Le lunghe occhiate fiere di Filippo. La polvere di un giorno sopra la balaustra di legno illuminata da un raggio di sole. Le regine delle Alpi sopra la tomba di pietra. Gli occhi di lei che sfuggono dai miei per una parola che manca alla frase che stiamo dicendo. Le luci della città specchiata sul mare. La bianca spuma del Bosforo solcato dal battello per turisti. Il vento scomposto sotto i portici di Cuneo. La voce rotta di un amico più vecchio di me che dice grazie. Il mio volto segnato dalle occhiaie allo specchio.

Ma spesso non sono stato in grado di apprezzare questi doni. Mi sono chiuso nella mia stretta stanzetta interiore. Ho sbagliato. Ho fatto del male. E mi pento con tutto il cuore.

Estate ricca di emozioni e di dubbi. Che cosa voglio fare da grande? Voglio servire il Vangelo. Andrea direbbe che non sono affatto capace di essere un testimone fedele. Probabilmente ha ragione. Eppure. Eppure ci vorrei provare. Confido nella Sua forza, non nella mia. Ora devo riprendere gli studi verso la conclusione con l’esame finale. Poi penserò alla mia vita. Intanto studio. Preghiera. Dedizione. Cura. Silenzio. E poi si vedrà.

Sono molto stanco.

Non per dove vivo ora. Il doloroso distacco da S. Rocco è stato attutito dall’accoglienza di don Roberto in Duomo. Mi sento a casa, anche se la realtà è diversa e fin da subito sono immerso nei meandri di sfide nuove: unità pastorali, catechismo, riunioni. E sento di aver trovato davvero ciò per cui vorrei spendere la vita. Ma il tempo di un giorno, dall’alba alla notte inoltrata è breve...

Beh... ciò che ho scritto stasera è qualcosa che non ha forma. È qualcosa senza ordine, né direzione. È come al solito un viaggio nel labirinto intricato della mia vita. Ma così mi sento: intricato e ingolfato. Probabilmente passerà, e sarò di nuovo in grado di dirmi con serenità. Ma per ora sono così, polveroso e disordinato.

Intanto faccio testamento. Delle tre cose che ho non voglio disporre. Ma di ciò che mi sta a cuore voglio fissare qualche riga da mettere in cassaforte. Stanotte.

 

Pace e bene a voi e vi chiedo di invocarli per me!

 

babicio

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categoria : labirinto interno





martedì, 14 luglio 2009, ore 17:55

Esci fuori e conta le stelle, se riesci a farlo. Quante notti stellate, ma anche tramonti violetti, nuvole grigie, tuoni e fulmini, grandine e neve ho potuto guardare alzando lo sguardo nell’ultimo mese. Quasi nessuna delle volte in cui ho alzato lo sguardo ho dimenticato di volgere il pensiero a te. Ogni stella mi parla con la tua voce, ogni sbuffo di vapore all’orizzonte, perso tra le coste rocciose delle montagne mi suona come quando parli tu. Incantevole. Meraviglioso. E perdere il tempo, così prezioso, a rincorrere con gli occhi due rondini nel cielo di Sant’Anna e pensare a quanto sono belle le cose quando sei innamorato. Non cambiano, loro. Cambi tu. Tutto ti sembra più bello. Tutto ti sembra un regalo. Per te. Non si risolvono i crucci, non si sbrigano gli impegni, non si fanno miracoli. Ma il miracolo è lei. L’amore. Che ci travolge e ci insegna qualcosa di essenziale. A vivere. Senza eroismi. Senza vigliaccherie. A vivere e a non solo esistere. Ad attaccare le scelte ad una promessa solida, ad una parola che conti. Ad un sogno che valga la pena d’essere condiviso. Così ogni volta che alzo lo sguardo mi sembra di averti qui. Eppure non ci sei. E questa nostalgia mi appare dolorosa e insieme mi invita a non fermarmi mai. A continuare a volerti con me. A cercarti. Mentre ti cerco e non ti vedo ti incontro nelle meraviglie che sono intorno a me. Icone del tuo volto stupito. Immagini del tuo sguardo splendente. O perlomeno così mi pare mentre poi torno con i piedi per terra e penso a ciò che sto facendo. E tutto mi sembra complesso, difficile, laborioso, senza una luce che venga dall’alto a districare questa nebbia pesante che mi circonda il cuore. Fiducia e affidamento e fedeltà. Tre parole che si intrecciano con il mio nome ma a volte mi stringono in una morsa che mi soffoca. E mi perdo in domande ipotetiche. Che non mi fanno bene. Ma il rifugio nel “tanto non si può” non mi è di maggior giovamento. Continuo a fissarle, le stelle. Ad attaccare i miei occhi a quella volta splendente e vibrante. E tra la via lattea e qualche costellazione famosa mi perdo. Non so più il mio nome e vorrei avere il tuo. Perdermi con te ad abitare altri cieli, altre stelle… Per dire a tutti che vale la pena vivere!

babicio
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categoria : dialogo





mercoledì, 10 giugno 2009, ore 09:02

una piccola riflessione per l'estate che ho davanti. proverò a condividerla con chi avrò la ventura di incontrare.

detto schiettamente: non ce la faccio più sono esausto. dopo un mese di esami, dopo un anno, l'ultimo da residente, di seminario ho voglia di montagna, di aria fresca, di cieli limpidi, di dormire, di ridere, di falò, di cantare, di chiudere un capitolo, di curiosare in quello dopo.


A tutti è capitato di starsene rilassati su un prato a guardare il cielo con le nuvole che si rincorrono e tutti abbiamo giocato a riconoscere le forme dei nembi in mezzo all’azzurro. Così come a tutti capita di distrarsi rapiti dai colori del tramonto. Così come è stupendo perdersi nella contemplazione del cielo stellato in montagna. Tutto questo esiste per...??? a che serve tutta questa bellezza? La bellezza è per noi. Perché possiamo alzare lo sguardo per accogliere un dono troppo grande, come è grande il compito di abramo: conta le stelle. Ma come si fa? È un regalo troppo grande. Ma così sono anche i nostri sogni. E non sappiamo come siano nati, eppure ci sono. E sono immensi. Come il cielo. Sono desideri che ci troviamo dentro. Ci fanno paura. Ci spingono. Ci danno la voglia di andare avanti. Ma sono un dono. La bellezza e la nostra capacità di sognare ci parlano di chi, di tutto questo è la fonte. Dio ha un sogno su di noi. Non ci chiede niente. Ma sogna. Desidera che ci realizziamo e, per farlo, desidera donarci tutto quel che serve: le mani, gli occhi, la testa, gli amici, i parenti, l’intelligenza, la natura... ma non solo. Ci dona una promessa. Ce la puoi fare! Guarda il cielo. Come questo sterminato numero di astri che ti sovrasta ti confonde, così la larghezza dei talenti e delle occasioni per farli fruttificare ti abbaglierà. Fidati! La sua promessa non è appoggiata sulle parole, è appoggiata sulla Croce, sul Verbo che dona tutto se stesso perché anche noi rivivessimo, liberi, meravigliati sotto un cielo splendido.

 

Fidati. Si fa presto a dire fidati. Ma fa paura. C’è un abisso dentro l’uomo. Ma a partire della promessa di Dio e dalla meraviglia del creato pure bisogna dare una risposta. Che rispondo a tutto questo? Come si fa a ricambiare un regalo così grande senza apparire tirchi (cioè, dio sì sì, ma con calma, il mio tempo è prezioso, non posso dedicarlo tutto a lui, mica ho la vocazione come il don, lui si sposa con Dio... io, beh, c’è quella ragazza laggiù che mi piace... eccetera...)? oppure, come si fa a rifiutare (cioè, grazie mille, okkei, vi voglio bene anche io, ma ci sono troppe cose da fare, preghiera, carità, digiuni, pellegrinaggi... non fa per me... scusate tanto)? Perché credere? Cos’è la fede? Ce lo siamo mai chiesto? Credere, non più tardi di ottant’anni fa faceva il terzetto con obbedire e combattere... carina... la fede sarebbe obbedire. Tirare giù la testa e dire di sì... piegarsi a novanta e ... (ops, la metafora porta un po’ fuori...). una volta si diceva che la fede è un dono. Aridaje con sto dono. Sì. È un dono, ma è un dono diverso da un soprammobile che lascio lì e ogni tanto lo guardo. La fede è un dono che implica una responsabilità o lo prendo in mano e lo curo o svanirà. Devo averne cura come una cosa preziosa, delicata. Ma anche una cosa da studiare, approfondire. Perché vado a messa? Cosa vuol dire risuscitare? Che cos’è la bibbia?. La fede non fa il paio con obbedire. Ma si accompagna con altre parole: fiducia, affidamento, fedeltà. Leggere la propria fede è come fermarsi a guardare il cielo e rendersi conto di essere straordinari e straordinariamente piccoli. Ed è aver fiducia, affidarsi con serenità, essere fedeli. Alla Parola che ci ama, al fratello che ci interpella. Confessare la fede significa dichiarare a che punto siamo nel cammino in risposta a quel dono immenso che Dio ci fa. A che punto sto? Questa è la fede. 

Il terzo passo è uscire dal nostro ombelico. Cioè. Ammirati del creato, riconoscenti al creatore. Si parte. Dio non lascia solo una promessa. Dona lo Spirito a sostenere un cammino che parte qui e ha la meta agli estremi confini della terra. In mezzo alle nostre città (perché non crediamo che siano tutti davvero Cristiani) ri-dire Cristo nasce spontaneo per chi lo incontra. Se andiamo a vedere un bel film quando ci incontriamo con gli amici ci viene spontaneo “ming! Vai a vedere quel film, perché spacca!” figurati un po’ se davanti hai chi ha inventato gli inventori del cinematografo. Non si può rimanere indifferenti... e allora vaiii! sei ancora qui?

Ecco, sì, non prendere tutto subito sul serio. Parti con calma e ponderatezza. Cosa vuol dire “testimoniare in mezzo alle genti la salvezza che viene da Cristo??” prima di tutto non è partire con una fiaccola per andare ad incendiare le folle (anche perché così ti arrestano per strage). Né è fermarsi a noiosare tutta la tua città suonando i campanelli la domenica mattina... forse è qualcosa di più difficile: è portare Gesù nelle piccole occupazioni di ogni giorno. Vivere con semplicità la sua Parola. Leggerla. Capirla. E provare a far centrare Lui nelle scelte di tutti i giorni. Si vede se sei cristiano. Almeno, si dovrebbe vedere. Non faresti cose diverse. Ma faresti diversamente tutte le cose. E magari non meglio di altri che di Gesù se ne impippano. Ma non importa: “il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà...”. Sai, aver incontrato Gesù e avergli aperto la porta è un dono immenso. Ma anche una responsabilità. La responsabilità delle scelte. Come quando il sole è a mezzogiorno e non ci sono più ombre intorno, ed è ora di decidere... e io da che parte sto. Adesso sì... sei ancora qui? Vaiiiii! 

pace e bene a tutti, di cuore, per tutto il tempo che non riuscirò a scrivere ma non dimentico di pensare a tutto, a tutti... il Signore sa di cosa avete bisogno. E non lo dimentica.

 
babicio
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categoria : conta le stelle





lunedì, 11 maggio 2009, ore 22:55

“Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto”

A. Baricco, Novecento

 

Quando l’una guarda il mondo sembra un leone nella savana. Non è lei che osserva le cose intorno. Sono le cose che entrano nei suoi occhi. Di tutto lei considera l’orizzonte. Scruta. Non si accontenta mai di fermarsi alla superficie. E infatti fa fotografie. E tra i suoi soggetti preferiti i paesaggi dalle lunghe prospettive. Perdersi dietro il rincorrersi dei monti all’alba fino ad un orizzonte incandescente dove il sole nascente infiamma le nuvole viola. Ma anche i dettagli sono spesso al centro dell’immagine. Non vede le cose. Le sbrana. E ne trae la sua forza maestosa. Placidamente sta a guardarsi dentro con calma e serietà. Fa fotografie perché non sopporta che le cose passino. Non si può perdere nulla di quanto la vita ci dà. E se perde qualcosa s’angoscia. E se non sa rispondere sono i suoi occhi che si imbarazzano, mentre la sua voce si inasprisce. Fatica ad aprirsi. Perché c’è troppo dentro ed ha paura che uscirebbe con troppa violenza. Ma quando si apre è capace di tanto. Nei suoi occhi castani è scritto un domani radioso. Basterebbe crederci. Chissà se si ricorderà di aver fiducia in sé.

 

Quando l’altra guarda al mondo sembra un cucciolo ammirato. La curiosità nei suoi occhi di ghiaccio si trasforma in energia e allegria. Ma sbaglierebbe chi si fermasse all’apparenza quasi superficiale della sua vivacità. Perché subito che ci si accorge che l’interesse che nutre nei confronti delle cose intorno a sé è macinato, rimuginato con attenzione e costanza. Ripensa alle cose che le succedono per tanto tempo. Sulla sua candida pelle scorre un brivido. Si sente se è innamorata. E si vede. Perché è più felice, anche se non lo rivela. Studia con impegno, con costanza, ma senza inutili eccessi. Il mondo sarà la sua scuola. L’esperienza che cerca non è fatta di carta. Forse di sabbia o di pietra, di mare e di vento. Sogna un luogo in cui portare i suoi frutti. Lontano. Sarebbe lontano anche se fosse un isolato più in là di casa sua. Basta che sia un’esperienza vera. Vissuta con intensità. Vivere con intensità ogni attimo è anche il suo motto. Ha paura di bruciarsi. Sa che sbaglierà, che sarà costretta a fare scelte difficili, ma non rifiuta di provarci. I suoi piedi sono fatti per viaggiare. Al ritmo di un tamburo lontano il battito del suo cuore si accorda con il desiderio di raggiungerlo.

 

Non sono più sorelle. E questo è un mistero. Non troppo oscuro, per la verità. Forse è proprio il modo con cui guardano l’orizzonte che le ha separate. L’una contempla con gratitudine, l’altra cavalca al galoppo sulla linea che separa il mare dal cielo. Entrambe vogliono sentire il gusto della vita. Ma ci si avvicinano diversamente. Se ancora si parlassero come un tempo avrebbero la possibilità di aiutarsi. Ma hanno scelto di fare ognuna un po’ di fatica in più (scindere i legami costa). Per ora si frequentano, condividono qualcosa, con la simpatia di sempre si sostengono e si vogliono bene. Ma c’è qualche riserva. Legittima, forse. Eppure spiace essere testimoni di questo allontanamento lento.

 

Spero di sbagliarmi.

 

Due profili con brevi tratti, molto probabilmente ingiusti, perché si fermano a guardare con malinconia due persone che conosco appena. Ma chi può dire di conoscere bene qualcuno? È altresì vero che, pur non avendo capito magari niente, un consiglio mi va di darlo: rivolgendovi a loro...

Vogliatevi bene! Amatevi di cuore! Il resto passerà. Siete diverse, e allora? I legami che avete stretti in questo tempo rimarranno. Anche gli impegni vi separeranno. Le idee. Le strade. Ma non separate il cuore. Ognuno ha bisogno di un posto che possa chiamare casa a cui tornare quando è troppo malconcio o troppo felice per dirlo a chiunque altro.

 

Pace e bene

babicio
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categoria : luna e laltra





sabato, 09 maggio 2009, ore 09:50

Vai già via? S’è fatto così tardi? Devi proprio andare? Ma dai, rimani ancora un po’!

Nella mia breve vita ho già sperimentato molte volte questa accoglienza totale. Non solo all’arrivo in casa di un amico o di parenti. Lì, certo, il cerimoniale è conosciuto. Non per questo meno vero, ovviamente. C’è, però, un’etichetta da rispettare. Vieni? Va bene, grazie, verrò! e poi... ciao! Prego entra! permesso? fa’ come fossi a casa tua Grazie dammi la giacca... ma cosa hai portato lì? Una sciocchezza, una bottiglia, dei cioccolatini... Non dovevi. Figurati, dai. Ma non restare lì, accomodati.

E sei dentro. Accolto con mani tese, sedie spostate per farti sedere, tavola imbandita, vino versato, rumore di piatti. Profumo di buono. Risate genuine. I ricordi, sempre gli stessi, si rincorrono sopra la tovaglia delle feste. Magari vengono tratte da un cassetto foto vecchie che fanno imbarazzare e ridere ancora.

Ma ad un certo punto si fa tardi. C’è un’ora entro la quale è meglio togliere il disturbo, per evitare che gli ospiti facciano tardi a sistemare. Generalmente è lì che capisci se davvero la forma corrisponde al sentimento autentico.

Ora dovrei andare via. Davvero devi andare? No, dai, rimani ancora un poco. Non voglio dare disturbo. Ma immaginati! Ok, ma allora aiuto a sparecchiare. Ma vah! Siediti! Rimani ancora un po’. Ho un liquorino fatto in casa da qualche parte. Non disturbarti...

Ma già la tavola disordinata ha fatto posto ad un nuovo giro e magicamente sono apparsi dei cioccolatini. E questo tuo rimanere è troppo per essere descritto. Se durante la cena non mancava niente e tutto era perfetto, ora c’è qualcosa di più. C’è un dono totale, senza cerimonie...

“Rimanete in me”. Ripetuto così tante volte da imbarazzarti se volessi rifiutare. Rimanere vuol dire slacciarsi la cravatta, allentare la cintura, mettersi comodi. Vuol dire superare ogni formalità. Vuol dire essere famiglia. Vuol dire consolidare legami. Tutto ciò che già si è mangiato ha un altro gusto. Già era ottimo, è chiaro, ma ora diventa esso stesso parte di quel legame. È relazione. È comunione.

“Rimante in me”. Durante la sua cena con i discepoli, Gesù è andato oltre le formalità. Ha proposto ai dodici una comunione con lui che andava al di là della conoscenza. Comunione che non è per tutti. Non è per chi si inserisce a metà del cammino, a scroccare il pasto. Non è per chi pensa ad altro. Per chi è sazio d’altro. Ma è un invito anche per loro... Perché scoprano quanto può esserci di più nel rimanere in questa relazione d’amore. È certamente più rischioso: a tavola, quando sei a tuo agio, tiri fuori quello che sei, quello che pensi... ma non ci si alza (magari a notte fonda) senza amarsi di più.

Chiedo a Dio di aiutarmi a vivere così l’Eucarestia. Un pasto con un amico che ogni volta che mi invita vuole che cresciamo nell’amore vicendevole. Un pasto che mi fa capire qualcosa di me. Un pasto condiviso con commensali che voglio amare ogni domenica di più. Speriamo che il Signore mi chieda di restare ancora in lui. Amen.

babicio
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categoria : rimani





sabato, 11 aprile 2009, ore 16:23

Signore,

siamo fragili, piccoli, meschini. Tra noi ci sono ladri, bugiardi, gretti, assassini, doppiogiochisti e franco-tiratori, arrivisti, avidi, pigri, accidiosi, iracondi, sobillatori di folle, truffatori, tagliaborse, furfanti, speculatori, disgraziati. Tra noi ci sono affamati sì, ma di potere e denaro. Assetati sì, ma di favori e congiure. Tra noi ci sono poveri, tribolati, spaventati, dubbiosi, arrabbiati, feriti, colpiti, abbassati, calunniati. Tra noi ci sono sodomiti, adulteri, miscredenti, cattivi, sacrileghi, sciacalli, irregolari, bugiardi, violentatori. Tra noi ci sono rinchiusi, picchiati, derubati, carcerati, allontanati. Tra noi ci sono malati, deboli affaticati, stanchi, disperati. Tra noi ci sono moribondi, famiglie in lutto, orfani e vedove, madri che piangono per il lutto dei figli. Tra noi ci sono lacrime, come un fiume in piena, che travolge gli argini, spazza via le cose, elimina il paesaggio, cancella i contorni. Tra noi scorrono voci singhiozzanti di tanti, troppi delusi. E troppi passi si voltano verso altre strade, in altre vie. Tra noi ci sono muti. Ammutoliti dalla paura. Sgomenti per il terrore che le cose vadano peggio. Tra noi serpeggiano disaccordi e vanità, falsità e ipocrisie. Cacofonie di sentimenti che maltrattano i nostri cuori.

 

E di fronte a tutto questo… Tu, dove sei?

Che senso ha la tua morte per noi?

 

A che cosa è servito un sacrificio umano sull’altare di Dio, se poi tutto è continuato come prima? Perfino la Tua Risurrezione sembra una favola da bambini! Dov’è tutta la luce che vanno predicando dagli amboni in questi giorni? Non stona tutta questa gioia e questo canto?

 

Siamo rimasti quello che siamo, Signore. E Tu non hai cambiato niente!

 

Ma io vaneggio.

 

Perché in tutta questa faccenda (il fatto che Tu sia venuto, abbia camminato per le vie di un paese che oggi è una polveriera, sia stato condannato e ucciso), tutta questa faccenda mi dice questo: Tu sei tra noi.

Non davanti a noi, come qualcosa che risolve le cose senza di noi. Come quando siamo bambini: basta piangere, e la mamma corre. No! ma neanche sei semplicemente nel nostro cuore come un dolce sentimento che nasce in noi. Non sei un’idea. Una forza che suscita in noi pensieri belli. Ma pure resti la sorgente di tutti i nostri miracoli.

Tu sei tra noi. Come uno di noi. Che vive, fatica, lavora, si interroga, cresce, impara.

 

Tra noi ci sono molte cose che non vanno. Ma tra noi ci sei Tu. Vivo. Reale. Concreto. Appassionato. Ti rimbocchi le maniche con noi e continui a sussurrarci nell’orecchio: “fidatevi”…

 

Fiducia. Tu hai avuto fiducia. Ti hanno inchiodato alla croce, per la Tua fiducia. Il Padre ti ha ascoltato.

 

Ascolterà pure noi?

 

Speriamo.

 

Benedicici, Signore della Vita, perché nutriamo questa speranza. Che tra noi, sì, proprio tra noi così variamente composti tra piaghe, persecuzioni, peccati e sofferenze, possa vivere sempre la certezza che Tu ci sei, sei Risorto, vivi qui e ora il nostro tempo.

 

Amen

babicio
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